Anche se non viene detto esplicitamente,
il petrolio è diventato il fulcro delle strategie militari internazionali

Dopo
una breve diminuzione del prezzo, sceso sotto i 50 dollari a barile, il petrolio
ha superato il tetto dei 60 dollari e con molta probabilità continuerà
a salire ancora di molto. In questa situazione si è portati a pensare
che l’annuncio dell’apertura di un nuovo importante oleodotto nel
Caspio possa frenare la corsa inarrestabile al rialzo dell’oro nero nel
mercato mondiale.
Tuttavia, nonostante il 15 giugno scorso la Organization of Petroleum Exporting
Countries abbia deciso di aumentare la quota di produzione ufficiale di altri
500.000 barili al giorno, i prezzi futuri del petrolio della NYMEX sono cresciuti.
Secondo le previsioni, la richiesta mondiale di petrolio per la seconda metà
del 2005 si aggirerà su una media di almeno 3 milioni di barili al giorno
in più rispetto al primo semestre.
Il petrolio è diventato il tema centrale della politica mondiale e della
pianificazione delle operazioni militari, anche se non sempre viene detto esplicitamente.
L’oleodotto del Caspio solleva un polverone
In una tale situazione, è bene considerare il significato che riveste
a livello generale l’apertura a maggio dell’oleodotto di Baku-Ceyhan,
in Turchia, un impianto lungo 1.762 km, portato a termine con sei mesi di anticipo
rispetto ai progetti.
I lavori per l’oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan) erano iniziati nel
2002 dopo quattro anni di accese discussioni internazionali. È costato
circa 3,6 miliardi di dollari, contraddistinguendosi come il progetto petrolifero
più costoso tra quelli finora attuati. Il sostenitore principale è
stata la British Petroleum (BP), il cui presidente, Lord Browne, è un
fidato consigliere del Primo Ministro inglese Tony Blair. Per la costruzione
dell’oleodotto, la BP ha costituito un consorzio formato, tra gli altri,
dalla statunitense Unocal e dalla Turkish Petroleum Inc.
Si dovrà aspettare almeno la fine di settembre perché si raggiunga
la quantità di greggio necessaria di 10,4 milioni di barili che partiranno
dal porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo. Ceyhan si trova a poca distanza
dalla base aerea americana di Incirlik. Per gli Stati Uniti il BTC ha costituito
una priorità strategica da quando il presidente Bill Clinton finanziò
la sua costruzione nel 1998. Alla cerimonia di inaugurazione, svoltasi lo scorso
maggio, era presente, infatti, il segretario per l’energia statunitense,
che ha consegnato una comunicazione personale di congratulazioni da parte del
presidente George W Bush.
Vista la complessità della struttura politica della regione caspica nell’Asia
centrale, e in particolare dal momento che la disgregazione dell’Unione
Sovietica ha dato il via in questa regione ricca di giacimenti petroliferi a
una corsa all’oro nero da parte di paesi esteri, soprattutto gli Stati
Uniti, è importante volgere la propria attenzione verso di due blocchi
principali che si sono formati.
Da una parte l’alleanza tra Stati Uniti, Turchia, Azerbaigian e, dai tempi
della rivoluzione ‘rosa’, Georgia, quella piccola ma importante
nazione che sorge proprio lungo il percorso dell’oleodotto. Dall’altra
parte, anche in termini geografici rispetto al punto in cui l’oleodotto
dovrebbe andare, la Russia che fino al 1990 ha detenuto il controllo dell’intera
regione caspica fuori dal litorale iraniano. Oggi la Russia sta coltivando un’alleanza
inquieta ma certa con l’Iran e l’Armenia, in opposizione al gruppo
capitanato dagli Stati Uniti. Questa divisione in due ‘fazioni’
è essenziale per capire lo sviluppo della regione dal 1991.
Ora che l’oleodotto BTC è stato finalmente portato a termine, e
il percorso attraverso il territorio georgiano consegnato decisamente in mani
pro Washington – condizione sine qua non per il completamento del progetto
– ci si chiede quale sarà la reazione di Mosca. Il presidente Vladimir
Putin ha qualche seria alternativa rimasta da quella estrema del nucleare?
Una strategia chiara
Nei mesi scorsi si è delineato chiaramente uno schema geopolitico. Nell’ex
Unione Sovietica sono stati istituiti, con il sostegno e il supporto finanziario
di Washington, nuovi regimi ‘amici’ degli Stati Uniti, i quali si
trovano in una posizione strategica verso i possibili percorsi di oleodotti
provenienti dal Mar Caspio.
L’Ucraina è praticamente nelle mani del regime ‘democratico’
sostenuto da Washington e guidato da Viktor Yushchenko e dal miliardario Primo
Ministro Yulia Timoshenko, chiamata in Ucraina ‘principessa del gas’
per la fortuna accumulata in qualità di funzionario del governo, presumibilmente
grazie alle sue dubbie operazioni condotte precedentemente con il ministro dell’energia
ucraino Pavlo Lazarenko e la Gazprom. Stando a quel che si dice, la credibilità
nazionale del governo di Yushchenko sta iniziando ad affievolirsi man mano che
l’euforia della rivoluzione ‘arancione’ sta lasciando spazio
alla realtà economica. In ogni caso, Yushchenko ha organizzato il 16
giugno a Kiev un’assemblea speciale del Davos World Economic Forum per
discutere dei possibili investimenti nella ‘nuova’ Ucraina.
All’assemblea di Kiev il governo di Timoshenko ha annunciato il suo progetto
per la costruzione di un nuovo oleodotto e gasdotto che parta dal Caspio e,
attraverso l’Ucraina, arrivi in Polonia, riducendo così la dipendenza
di questa nazione dal petrolio e dal gas russi. Timoshenko ha anche rivelato
che per il progetto il governo ucraino ha condotto negoziati positivi con la
Chevron, la ex compagnia del Segretario di Stato americano Condoleezza Rice.
Non c’è bisogno di dire che un tale progetto contrasterebbe con
l’interesse regionale della Russia.
Il forte sostegno di Washington a Yushchenko ha avuto lo scorso anno un ulteriore
motivo di palesarsi per contrastare una decisione del governo e del parlamento
di Kuchma volta a invertire il corso dell’oleodotto di Brody-Odessa da
un percorso stabilito dal porto del Mar Nero in Polonia. L’asse iniziale
Odessa-Polonia avrebbe legato l’Ucraina all’occidente. Ora l’Ucraina
sta discutendo con la Chevron della possibilità di costruire un nuovo
oleodotto che faccia altrettanto. Attualmente la nazione riceve l’80%
della risorse energetiche dalla Russia.
Il governo ucraino e la compagnia statale NAK (Naftogaz Ukrainy) stanno discutendo
con la compagnia francese Gaz de France di un secondo progetto che prevede la
costruzione di un gasdotto dall’Iran che sostituisca quello russo. Se
ciò si attuasse, indebolirebbe i legami di interesse reciproco tra Russia
e Iran, e tra Russia e Francia.
Nello stesso giorno della conferenza di Kiev, il governo del Kazakistan ha dichiarato,
durante un’assemblea di investitori internazionali tenutasi ad Almaty,
di essere in fase di negoziazione con l’Ucraina per convogliare anche
il proprio petrolio nel nuovo oleodotto verso il Baltico proposto dal governo
ucraino. La Chevron è anche il leader principale del consorzio per lo
sviluppo del petrolio kazako a Tengiz. Vista la natura politica del ‘Big
Oil’ - il complesso delle industrie petrolifere statunitensi - è
più probabile che la Rice, il vicepresidente Dick Cheney e l’amministrazione
di Washington stiano svolgendo un ruolo importante in questi colloqui per l’oleodotto
ucraino. La rivoluzione ‘arancione’, almeno dal punto di vista dei
suoi sponsor americani, aveva poco a che fare con la democrazia vera e propria
e molto più con le strategie geopolitiche militari e petrolifere.
Gli oleodotti e i legami azero-statunitensi
All’inizio della sua costruzione, l’oleodotto Baku-Ceyhan era annunciato
dalla BP e da altri come il progetto del secolo.
L’ex consigliere della sicurezza nazionale statunitense, Zbigniew Brzezinski,
era un consulente della BP durante la presidenza Clinton, e fece pressione su
Washington per finanziare il progetto. Fu infatti Brzezinski ad andare in visita
informale a Baku nel 1995, su incarico di Clinton, per incontrare l’allora
presidente azero Haidar Aliyev e negoziare i nuovi percorsi dell’oleodotto
indipendente di Baku, tra cui quello che sarebbe diventato l’oleodotto
BTC.
Il nome di Brzezinski compare anche nel consiglio di un’importante, sebbene
quasi sconosciuta, Camera di Commercio USA-Azerbaigian (USACC), il cui presidente
a Washington è Tim Cejka, che ricopre la stessa carica anche per la ExxonMobil
Exploration. Tra gli altri membri del consiglio della USACC figurano Henry Kissinger
e James Baker III, l’uomo che nel 2003 si recò personalmente a
Tbilisi per informare Eduard Shevardnadze del fatto che Washington intendeva
metterlo da parte a favore del presidente georgiano Mikhail Shaakashvili, che
vantava un ‘addestramento’ statunitense. Un altro membro del consiglio
della USACC è Brent Scowcroft, ex consigliere della sicurezza nazionale
del presidente George H W Bush. Del consiglio faceva parte anche Cheney prima
della sua nomina a vicepresidente. Sarebbe difficile immaginare a Washington
un gruppo di strateghi di geopolitica con maggiore potere. E di certo queste
personalità così famose non avrebbero perso un minuto del loro
tempo per una zona che non avesse un’estrema importanza strategica per
gli Stati Uniti dal punto di vista geopolitico o che non attirasse determinati
interessi di potere.
Adesso che l’oleodotto BTC per Ceyhan è completato, si sta considerando
l’eventualità di costruire un secondo tratto sottomarino, che dovrebbe
collegare il Caspio al Kazakistan e al Turkmenistan, con le sue ricche riserve
di gas, allontanando queste risorse energetiche dalla Cina e dirigendole invece
a ovest verso una rotta controllata da Stati Uniti e Gran Bretagna.
In questo contesto va sottolineato che lo stesso Bush il 10 maggio scorso ha
compiuto un viaggio Tbilisi per incontrare la gente del posto in Freedom Square,
e promuovere la sua ultima lotta contro la campagna tirannica per la regione.
Non sono mancate parole di apprezzamento per le ‘rivoluzioni colorate’,
sostenute dagli Stati Uniti, che si sono succedute dall’Ucraina alla Georgia.
Nel suo discorso Bush ha attaccato la divisione dell’Europa realizzata
nel 1945 a Yalta da Franklin D Roosevelt, e ha fatto la curiosa dichiarazione
secondo cui “non ripeteremo gli errori delle generazioni precedenti, mitigando
o scusando la tirannia e sacrificando la libertà nella vana ricerca della
stabilità. Abbiamo imparato la lezione: nessuna libertà è
sacrificabile. In un’ottica a lungo termine, la nostra sicurezza e vera
stabilità dipendono dalla libertà degli altri”. E continuando
ha affermato, “Ora nel Caucaso, nell’Asia centrale, e nel più
vasto Medio Oriente, assistiamo allo stesso desiderio di libertà che
infiamma i cuori dei giovani. Chiedono libertà – e l’avranno”.
Quale sarà il colore della rivoluzione azera?
Non sorprende che il discorso sia stato letto come un segnale di ‘via’
ai gruppi di opposizione del Caucaso.
In Azerbaigian quattro gruppi giovanili - Yokh! (No!), Yeni Fikir (Nuovo Pensiero),
Magam (E’ ora) e il Movimento Arancione dell’Azerbaigian –
costituiscono l’opposizione emergente, ricalcando le orme di Georgia,
Ucraina e Serbia, dove l’ambasciata degli Stati Uniti e in particolare
le organizzazioni non governative appositamente preparate hanno orchestrato
i cambiamenti di regime pro Stati Uniti con l’aiuto delle associazioni
americane National Endowment for Democracy, Freedom House e le Soros Foundation.
Secondo quanto affermato dai giornalisti di Baku, l’ucraina Pora (E’
ora), la georgiana Kmara (Abbastanza) e la serba Optore (Resistenza) sono citate
come modelli di comportamento da tutte e quattro le organizzazioni di opposizione,
le quali considerano l’incontro di Bush di febbraio a Bratislava con Vladislav
Kaskiv, il leader di Pora, come un segno del sostegno di Washington alla loro
causa.
Sembra anche che lo stesso gruppo di esperti americani di rovesciamento di regimi
stia preparando una ‘rivoluzione colorata’ per le prossime elezioni
di novembre in Azerbaigian, come ha fatto per le altre recenti rivoluzioni dello
stesso tipo.
Nel 2003, alla morte dell’ex presidente azero Haider Aliyev, è
succeduto al comando del paese il figlio playboy, Ilham Aliyev, dopo elezioni
grossolanamente truccate. Il nuovo governo è stato legittimato dalla
Casa Bianca perché Aliyev era ‘il nostro tiranno’, e poi
è successo che la sua mano fosse tenuta sul rubinetto del petrolio di
Baku.
Ilham, ex presidente della compagnia petrolifera statale SOCAR, è legato
alla base di potere del padre e per ora sembra essere considerato inadatto alla
nuova politica degli oleodotti. Forse vuole una percentuale troppo alta del
bottino. In ogni caso, sia il governo di Blair sia l’AID del Dipartimento
di stato americano stanno finanziando i gruppi di opposizione azeri di impostazione
simile a quella dell’Otpor ucraino. L’ambasciatore degli Stati Uniti,
Reno Harnish, ha affermato che Washington è pronta a sostenere finanziariamente
gli ‘exit poll’ delle elezioni. In Ucraina questi sondaggi all’uscita
dei seggi elettorali sono stati un fattore chiave per spingere l’opposizione
al successo.
Mosca segue da vicino gli eventi in territorio azero. Il 26 maggio il quotidiano
moscovita
Kommersant scriveva, "L’oleodotto trasporta il
petrolio da est a ovest, mentre lo spirito delle ‘rivoluzioni colorate’
va nella direzione opposta”. L’articolo proseguiva indicando che
i governi occidentali intendevano promuovere la democratizzazione nell’Azerbaigian
per proteggere i considerevoli investimenti realizzati nell’oleodotto.
Ma questa è solo una parte del gioco strategico. L’altra parte
è quella che gli strateghi del Pentagono definiscono ‘negazione
strategica’.
Fino a poco tempo fa gli Stati Uniti avevano sostenuto la dittatura spietata
e corrotta di Aliyev perché la famiglia cooperava con i loro progetti
geopolitici sulla zona, anche se Haider Aliyev era stato un ufficiale di spicco
del KGB durante il periodo sovietico sotto il governo di Mikhail Gorbachev.
Il 12 aprile il segretario alla difesa Donald Rumsfeld si è recato, per
la seconda volta in quattro mesi, a Baku per discutere della necessità
di creare una base militare statunitense in Azerbaigian, quale parte del progetto
di riposizionamento delle forze globali americane che sta coinvolgendo l’Europa,
il Medio Oriente e l’Asia.
Il Pentagono gestisce già di fatto le forze armate della Georgia, con
i suoi ufficiali delle US Special Forces, e la Georgia ha chiesto di unirsi
alla NATO. Ora Washington vuole avere basi direttamente in Azerbaigian, vicine
alla Russia e all’Iran.
Il Pentagono ha assegnato inoltre 100 milioni di dollari per la costituzione
di un esercito di forze speciali di vigilanza del Caspio, apparentemente per
controllare il nuovo oleodotto BTC, sebbene sia stato deliberatamente costruito
sottoterra per renderlo meno vulnerabile, uno dei motivi che ha fatto lievitare
i costi di costruzione. Parte dei fondi del Pentagono sarà destinata
alla realizzazione a Baku di un centro di comando con radar in grado di monitorare
l’intero traffico marittimo del Caspio. Le basi aeree che gli Stati Uniti
vogliono avere in Azerbaigian verrebbero naturalmente considerate da Tehran
e Mosca come una provocazione strategica.
Su tutte queste manovre da parte della Casa Bianca e del 10 di Downing Street
incombe la questione strategica del controllo geopolitico sull’Eurasia,
mentre è sempre più chiaro che la nuova ‘lotta alla tirannia’
condotta da Washington non ha più come obiettivo solo la Russia di Putin.
È ormai evidente ai più che ora come ora il grande disegno dell’Eurasia
da parte di Washington non riguarda la cattura di Osama bin Laden e i suoi ‘abitanti
delle caverne’.
L’attuale strategia di Washington è rivolta a molte ex repubbliche
sovietiche eurasiatiche che in quanto tali non hanno riserve note di petrolio
o gas, ma rivestono un’importanza strategica dal punto di vista militare
e geopolitico per la politica di Washington volta a dominare il futuro dell’Eurasia.
Questa politica individua il proprio centro geopolitico, economico e militare
nella Cina. Basta dare uno sguardo alla cartina dell’Eurasia e alle nazioni
oggetto di varie rivoluzioni colorate sponsorizzate dagli Stati Uniti per capire
inequivocabilmente questo progetto. A est del Mar Caspio, Washington oggi controlla,
più o meno attivamente, Pakistan, Afghanistan, potenzialmente Kirghizistan,
Uzbekistan e Kazakistan. Queste nazioni fungono da potenziali zone cuscinetto
o barriera controllate dagli Stati Uniti tra le fonti energetiche cinesi e russe,
caspiche e iraniane. Washington tenta di negare alla Cina un facile accesso
via terra alla Russia, al Medio Oriente o ai giacimenti di petrolio e gas del
Mar Caspio.
Dove vuole andare il Kirghizistan?
Dall’inizio del 2005, quando nei mesi di febbraio e marzo è scoppiata
una serie di proteste dell’opposizione sulla correttezza delle elezioni
parlamentari, il Kirghizistan è entrato a far parte della lista in continua
crescita delle repubbliche eurasiatiche impegnate ad affrontare la grande minaccia
del cambiamento di regime o della rivoluzione colorata. Il successo dell’ex
premier kirghizo Kurmanbek Bakiev nel sostituire il presidente deposto Askar
Akayev nella nazione della cosiddetta rivoluzione ‘dei tulipani’,
diventando il presidente ad interim fino alle elezioni presidenziali di luglio,
si presta inevitabilmente a paragoni con la rivoluzione ‘arancione’
dell’Ucraina e quella ‘rosa’ della Georgia.
Radio Liberty di Washington si è adoperata in tutti i modi per spiegare
che l’opposizione del Kirghizistan non è opera degli Stati Uniti,
ma un fenomeno popolare autentico e spontaneo. I fatti però rivelano
un’altra versione. Secondo la tendenza dominante dei servizi dei giornalisti
americani, tra cui Craig Smith del
New York Times e Philip Shishkin
del
Wall Street Journal, l’opposizione in Kirghizistan ha ricevuto
‘molto più che un piccolo aiuto dagli amici Stati Uniti’.
Secondo il Freedom Support Act del Congresso degli Stati Uniti, nel 2004 questa
nazione poverissima ha ricevuto un totale di 12 milioni di dollari in fondi
governativi per sostenere la costituzione della democrazia. Con questa cifra
si compra veramente tanta democrazia in un paese economicamente desolato e abbandonato
come il Kirghizistan.
Riconoscendo la munificenza di Washington, Edil Baisolov in un commento alle
proteste antigovernative svoltesi nei mesi di febbraio e marzo, ha affermato
con vanto che “sarebbe stato assolutamente impossibile che ciò
accadesse senza quell’aiuto”. Secondo Smith del
New York Times,
l’organizzazione di Baisolov, la Coalition for Democracy and Civil Rights,
è finanziata dal National Democratic Institute for International Affairs,
un’organizzazione senza scopo di lucro con sede a Washington, finanziata
a sua volta dal Dipartimento di stato della Rice. Baisolov ha dichiarato a Radio
Liberty di essere stato in Ucraina per assistere alle tattiche della loro rivoluzione
‘arancione’ e trarne ispirazione.
Ma non è tutto.
L’intero cast dei protagonisti della democrazia è stato impegnato
a Bishkek e dintorni per sostenere la democrazia American-style e contrastare
la ‘tirannia antiamericana’. La Freedom House di Washington ha generosamente
finanziato la stampa indipendente di Bishkek che pubblica il giornale dell’opposizione,
secondo il suo personaggio di spicco, Mike Stone.
Freedom House è un’organizzazione con un bel nome e una lunga storia
che risale alla fine degli anni Quaranta, periodo in cui venne istituita per
sostenere la creazione della NATO. Il presidente della Freedom House è
James Woolsey, ex direttore della CIA che chiama la serie attuale di cambiamenti
di regime da Baghdad a Kabul ‘IV guerra mondiale’. Tra gli altri
amministratori compaiono l’onnipresente Zbigniew Brzezinski, l’ex
segretario del commercio di Clinton Stuart Eizenstat, e il consigliere della
sicurezza nazionale Anthony Lake. Tra i suoi sostenitori finanziari, la Freedom
House vanta USAID, US Information Agency, le Soros Foundation e il National
Endowment for Democracy.
Un’altra delle tante organizzazioni non governative attive nella promozione
della nuova democrazia in Kirghizistan è la Civil Society Against Corruption,
finanziata dal National Endowment for Democracy (NED), che, insieme alla Freedom
House, è stato al centro di tutte le principali rivoluzioni colorate
degli ultimi anni, ed è stato creato durante l’amministrazione
Reagan per fungere di fatto da CIA privata e in questa veste assicurare così
maggiore libertà di azione, ovvero ciò che la CIA ama definire
‘negabilità plausibile’. Il presidente del NED, Vin Weber,
un ex membro del Congresso repubblicano, è molto vicino al neo-conservatore
Bill Bennett. Il capo del NED dal 1984 è Carl Gershman, che è
stato in passato membro di Freedom House. Anche il generale della NATO Wesley
Clark, l’uomo che ha diretto i bombardamenti americani sulla Serbia nel
1999, fa parte del consiglio del NED. Nel 1991 Allen Weinstein, colui che ha
prestato il proprio aiuto per redigere la legislazione costitutiva del NED,
ha affermato: "Buona parte di ciò che facciamo oggi è stata
fatta di nascosto 25 anni fa dalla CIA".
Nell’esame della rivoluzione dei ‘tulipani’ in corso nel Kirghizistan,
non va dimenticato infine l’Open Society Institute di Soros che ha sostenuto
finanziariamente anche le altre rivoluzioni colorate di Serbia, Georgia e Ucraina.
Il capo della Civil Society Against Corruption del Kirghizistan è Tolekan
Ismailova, che ha organizzato la traduzione e la distribuzione del manuale rivoluzionario
usato in Serbia, Ucraina e Georgia e scritto da Gene Sharp, di un ente di Boston
dal nome curioso, la Albert Einstein Institution. Il libro di Sharp, un manuale
d’uso per le rivoluzioni colorate, si intitola From Dictatorship to Democracy
e contiene suggerimenti sulla resistenza non violenta, come ‘esibizione
di bandiere e colori simbolici’, e sulla disobbedienza civile. Questo
volume è diventato letteralmente la bibbia delle rivoluzioni colorate,
una sorta di ‘cambiamento di regime per fantocci’. Sharp ha creato
la sua Albert Einstein Institution nel 1983, con il sostegno dell’Università
di Harvard. Questo ente è finanziato dal NED del Congresso degli Stati
Uniti e dalle Soros Foundation, e la sua attività mira a formare persone
e studiare le teorie della ‘non violenza come forma di guerra’.
Sharp in questi anni ha collaborato con la NATO e la CIA per formare operatori
in Myanmar, Lituania, Serbia, Georgia, Ucraina e Taiwan, persino in Venezuela
e Iraq.
Praticamente ogni regime che è stato obiettivo di un colpo di stato dolce
sostenuto dagli Stati Uniti negli ultimi 20 anni, ha coinvolto Gene Sharp e
di solito il suo collega, il colonnello Robert Helvey, un esperto dell’intelligence
dell’esercito americano in pensione. Sharp, in particolare, è stato
a Pechino due settimane prima delle dimostrazioni studentesche di Piazza Tiananmen
del 1989. Il Pentagono e l’intelligence americana hanno perfezionato l’arte
dei colpi di stato dolci portandola a un livello di eccellenza. I pianificatori
del RAND la chiamano ‘sciamatura’, riferendosi agli sciami di giovani,
di solito collegati tra loro tramite SMS e blog, che possono essere mobilitati
a comando per destabilizzare un determinato regime.
Allora l’Uzbekistan ...?
Il tirannico presidente dell’Uzbekistan, Islam Karimov, si era inizialmente
presentato come un leale sostenitore della ‘guerra al terrore’ americana,
mettendo anche una ex base aerea sovietica a disposizione delle azioni militari
statunitensi, tra cui quella di attacco ai talebani in Afghanistan alla fine
del 2001. Molti consideravano Karimov troppo vicino a Washington per essere
in pericolo. Agli occhi della Casa Bianca si era dimostrato un ‘buon’
tiranno.
Ma non sarebbe durato per molto. A maggio la Rice ha chiesto che Karimov istituisse
delle ‘riforme politiche’ a seguito delle violente insurrezioni
nelle prigioni e le conseguenti proteste sulle condizioni nella regione della
valle di Ferghana in Andizan. Karimov si è opposto accanitamente all’inchiesta
indipendente sulla scorta delle affermazioni secondo cui le sue truppe avrebbero
sparato e ucciso centinaia di dimostranti inermi. Insiste nel dire che le insurrezioni
sono state causate da fondamentalisti mussulmani radicali ‘esterni’
alleati con i talebani e intenzionati a stabilire un califfato islamico nella
valle di Ferghana in Uzbekistan, al confine con il Kirghizistan.
Sebbene la deposizione di Karimov si incerta al momento, a Washington i principali
sostenitori della ‘riforma democratica’ di Karimov si sono trasformati
in avversari ostili. Per usare le parole di un commentatore statunitense, “il
carattere del regime di Karimov non può essere più ignorato per
deferenza verso l’utilità strategica dell’Uzbekistan".
Karimov è stato individuato per una rivoluzione colorata nella inarrestabile
‘guerra alla tirannia’ promossa da Washington.
A metà giugno il governo di Karimov ha annunciato dei cambiamenti relativamente
all’uso da parte degli Stati Uniti della base aerea militare di Karshi-Khanabad
in Uzbekistan, e ha vietato i voli notturni. Karimov si sta avvicinando chiaramente
a Mosca, e forse anche a Pechino, in quest’ultimo capitolo della nuova
‘grande partita’ per il controllo geopolitico sull’Eurasia.
A seguito degli eventi in Andizan, Karimov ha rispolverato la vecchia ‘alleanza
strategica’ con Mosca e alla fine di maggio è stato ricevuto a
Pechino con tutti gli onori, persino un saluto di 21 cannonate. A giugno, all’assemblea
della NATO tenutasi a Bruxelles, il ministro degli esteri russo, Sergei Ivanov,
ha sostenuto la posizione di Karimov, affermando che non c’era bisogno
di un’indagine internazionale per appurare quanto era successo in Andizan.
Il Tagikistan, la nazione confinante con Afghanistan e Cina, è fino a
ora l’unica repubblica dell’Asia centrale a non aver ancora subito
la vittoriosa rivoluzione colorata condotta dagli Stati Uniti. Ma non perché
non ci abbiano provato. Per diversi anni Washington ha tentato di attirare a
sé Dushanbe distogliendolo dai suoi stretti legami con Mosca, tentandolo
anche con la lusinga economica del suo sostegno per l’ingresso di Tajik
tra i membri della World Trade Organization. Ma anche Pechino non è stata
solo a guardare. Recentemente la Cina ha potenziato la sua assistenza militare
al Tagikistan, ed è propensa a rafforzare i legami con tutte le repubbliche
dell’Asia centrale che la separano dalle risorse energetiche dell’Eurasia
occidentale, dalla Russia all’Iran. La posta è altissima per la
Cina così dipendente dal petrolio.
Washington gioca la carta della Cina
La Cina è l’unica potenza dell’Eurasia che può creare
una combinazione strategica tale da bloccare il dominio globale degli Stati
Uniti. Ma la nazione cinese ha un punto debole, che Washington capisce fin troppo
bene: il petrolio. Dieci anni fa la Cina era un esportatore netto di petrolio.
Oggi è l’importatore maggiore dopo gli Stati Uniti.
La richiesta energetica della Cina cresce di anno di anno al ritmo di più
del 30%. Il paese sta tentando di assicurarsi scorte a lungo termine di petrolio
e gas, in particolare da quando la guerra in Iraq ha fatto chiaramente capire
a Pechino che Washington si era esposta per controllare e militarizzare la stragrande
maggioranza delle risorse principali di petrolio e gas del mondo. Una novità
nella ricerca dell’oro nero è rappresentata dal dato inequivocabile
secondo cui molti dei giacimenti petroliferi più grandi del mondo sono
in declino, mentre i nuovi bacini non sono in grado di rimpiazzare le quantità
di petrolio perse. Sembra uno scenario già programmato per una guerra.
L’unica domanda è: con quale armi?
Negli ultimi mesi Pechino ha firmato accordi economici e petroliferi importanti
con Venezuela e Iran. Ha fatto un’offerta per una grossa compagnia canadese
di risorse e da poco ha presentato un’offerta audace per acquistare la
californiana Unlocal, una società partner dell’oleodotto BTC del
Caspio. La Chevron è intervenuta immediatamente con una controfferta
per bloccare quella della Cina.
Di recente Pechino ha anche potenziato il ruolo svolto dall’organizzazione
fondata quattro anni fa e chiamata Shanghai Cooperation Organization, o SCO,
la quale è formata da Cina, Russia, Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan
e Tagikistan. Guarda caso tra questi ci sono alcuni stati che sono interessati
da tentativi di colpi di stato dolci o rivoluzioni colorate sostenuti dagli
Stati Uniti. L’agenda organizzativa dell’assemblea di luglio dello
SCO comprendeva un invito a India, Pakistan e Iran a partecipare come osservatori.
Lo scorso giugno, i ministri degli esteri di Russia, Cina e India si sono riuniti
a Vladivostock, e durante l’assemblea hanno sottolineato il ruolo delle
Nazioni Unite, una mossa questa di certo diretta a Washington. L’India
ha inoltre discusso del suo progetto di investire e sviluppare Sakhalin I nell’estremo
oriente russo, dove ha già investito 1 miliardo di dollari circa nello
sviluppo di petrolio e gas. È importante il fatto che in questo incontro,
Russia e Cina hanno risolto una questione decennale, e due settimane dopo a
Pechino hanno discusso delle potenzialità di sviluppo delle risorse siberiane.
Osservando attentamente la cartina dell’Eurasia si capisce quello che
è così vitale per la Cina e quindi per il futuro dominio americano
del territorio. Lo scopo non è solo l’accerchiamento strategico
della Russia tramite una serie di basi NATO da Camp Bond Steel in Kosovo alla
Polonia, Georgia, e possibilmente Ucraina e Russia Bianca, che permetterebbero
all’organizzazione del trattato nord-atlantico di controllare le relazioni
energetiche tra Russia e Unione Europea.
La politica di Washington comprende attualmente una serie di progetti ‘democratici’
o di colpi di stato dolci volti a tagliare strategicamente l’accesso della
Cina alle vitali riserve di petrolio e gas del Caspio, tra cui quelle del Kazakistan.
Le vecchie rotte commerciali asiatiche della grande via della seta passavano
per Tashkent in Uzbekistan e Almaty in Kazakistan per ovvie ragioni geografiche,
in una regione circondata da importanti catene montuose.
Il controllo geopolitico di Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan renderebbe
possibile il controllo di qualsiasi potenziale oleodotto tra la Cina e l’Asia
centrale, proprio come l’accerchiamento della Russia permetterebbe il
controllo dell’oleodotto e di altri legami economico-politici tra questa
nazione e l’Europa occidentale, la Cina, l’India e il Medio Oriente.
In questo contesto, vale la pensa citare ancora l’eloquente articolo di
Zbigniew Brzezinski nella rivista
Foreign Affairs di settembre/ottobre
1997:
In Eurasia sorgono gli stati più dinamici e politicamente energici
del mondo. Tutti i pretendenti storici al potere globale sono nati in questo
territorio. Gli stati più popolati del mondo che aspirano all’egemonia
regionale, la Cina e l’India, si trovano in Eurasia, e sono tutti potenziali
sfidanti politici ed economici al primato americano. Dopo gli Stati Uniti, le
sei economie più grandi e più impegnate in spese militari sono
tutte lì, come del resto tutte le potenze nucleari manifeste nel mondo
tranne una, e tutte eccetto una di quelle nascoste. L’Eurasia conta il
75% della popolazione mondiale, il 60% del suo PIL [prodotto interno lordo]
e il 75% delle sue risorse energetiche. Il potere potenziale dell’Eurasia,
considerata nel suo insieme, oscura persino quello dell’America.
L’Eurasia è il supercontinente assiale del mondo. Se una potenza
dominasse questo territorio, eserciterebbe un’influenza determinante su
due delle tre regioni più economicamente produttive del mondo: l’Europa
occidentale e l’Asia orientale. Da un rapido sguardo alla cartina si evince
che la nazione dominante in Eurasia controllerebbe quasi automaticamente il
Medio Oriente e l’Africa. Con l’Eurasia che funge ora da scacchiere
delle mosse geopolitiche decisive, non basta più creare una politica
per l’Europa e un’altra per l’Asia. Quello che succede nella
distribuzione di potere sul territorio euroasiatico rivestirà un’importanza
decisiva per il primato mondiale dell’America...
Questo comunicato, scritto parecchio tempo prima dei bombardamenti sulla ex
Jugoslavia diretti dagli Stati Uniti e l’occupazione americana dell’Afghanistan
e dell’Iraq, o la costruzione dell’oleodotto BTC, aiuta a inserire
le recenti dichiarazioni di Washington relative alla ‘liberazione del
mondo dalla tirannia’ e alla diffusione della democrazia in un contesto
piuttosto diverso da quello solitamente menzionato da Bush.
"Elementare, Watson. Si tratta di egemonia globale, non democrazia”.
F William Engdahl è autore di 'A Century of War: Anglo-American Oil Politics
and the New World Order' (Pluto Press Ltd).
Fonte:
http://www.atimes.com/atimes/Global_Economy/GF30Dj01.html
Tradotto da Angelica Agneletti
per Nuovi Mondi Media